Le recensioni hanno un senso?

Le recensioni hanno un senso?

Stando al tracking, domani m’arriva il nuovo sapone. Potrei descriverlo già prima di provarlo, il produttore me ne ha parlato prima, durante e dopo la cotta. Ma, mi domando, ha senso recensire il prodotto? Oramai nella miriade di gruppi Facebook dedicati alla rasatura, fanno tutti recensioni. Spesso mentre ancora stanno consumando il primo tubo di Palmolive al mentolo e, forse, ancora prima di iniziare a farsi la barba.
Perché tutti partono dall’assunto che “la mia opinione vale come la tua e la devi rispettare”. Ma siamo tutti uguali su Facebook? Questa idea funziona per pochi, non per tutti. Ecco perché bisogna fare attenzione a questo tema.
Se mi interessa un sapone di cui non riesco a procurarmi un campione? Faccio un post e mi accontento del primo commento o chiedo, per esempio, a quelli che so averne diverse centinaia da ogni continente? La loro opinione non è come quella di tutti gli altri, neanche lontanamente. Se loro mi dicono che non conoscono quel sapone, inizio a dubitare che esista veramente, ma sicuramente chi ha già provato la Proraso Rossa e la Figaro Nera qualche paragone me lo saprà fare…
I social dovevano essere lo strumento della rivoluzione comunicativa e della democrazia in rete. Dovevano essere strumento ma sono solo il simbolo. Hanno cambiato lo scenario comunicativo odierno. In peggio. Dovevano portare la democrazia nelle nostre case e, invece, ce l’hanno portata ovunque: in ufficio, in vacanza, in bagno. Gli smartphone hanno creato la democrazia tascabile. Ora tutti possono dire tutto. Ovunque. Prima se sbraitavi per la strada eri uno scemo, una persona instabile. Ora pretendi di essere ascoltato e di essere seguito. Ma non da un medico, uno bravo, intendo.
E sapete una cosa? Tutto questo è insostenibile per molti. È insostenibile perché non riescono a sviluppare una qualità di giudizio tale da ignorare il rumore di fondo, il brusio, il suono muto simile a quello degli apparecchi elettrici quando iniziano a ronzare.
La democrazia tascabile è quella del tuttologo. Si basa sul concetto che tutti possono dire tutto. E tutti possono ascoltare tutto. Fino a pochi anni fa io potevo interagire col salumiere, col barista, con gli amici. E le dinamiche sociali si articolavano intorno a un nucleo ristretto di individui. Ci conoscevamo un po’ tutti e sapevamo di chi ci si poteva fidare e chi, invece, sparava solo cazzate. Oggi, invece, queste dinamiche sono amplificate all’infinito. Posso raggiungere l’altro capo del mondo e far conoscere a tutti il mio pensiero. Fantastico tutto questo, vero? Una rivoluzione democratica. Ma, come la storia insegna, le rivoluzioni possono prendere strade inaspettate. Non la governi tanto facilmente una rivoluzione. E allora uno strumento come Facebook può essere usato per offendere, per lanciare accuse infondate, per minare la credibilità di altre persone e mettere a repentaglio il loro lavoro. E molti non ci ricavano nulla. Lo fanno perché a volte il mezzo diventa il fine. I social abbandonano il ruolo di strumento per comunicare, per portare il messaggio dall’altra parte del globo, e diventano uno strumento per ottenere consensi, per collezionare like e pacche sulla spalla, per sfamare il proprio egocentrismo.
Era questa la rivoluzione democratica che ti aspettavi? Il tuo obiettivo era questo? Il tuo sogno era questo? Preoccuparti delle opinioni altrui – di persone che non conosci e non ti conoscono?
I social sono uno strumento spettacolare. Ma hanno un problema: sono tascabili. Cioè te li porti ovunque, entrano nelle maglie della tua esistenza e iniziano a manipolare il tuo essere. Modificano i tuoi pensieri, i tuoi comportamenti, la tua opinione. Non è per forza un male – posso acquistare un sapone ottimo perché ho letto delle opinioni positive su Facebook – ma tu hai un ruolo speciale: decidi cosa guardare, in un panorama ristretto e costruito come in Truman Show, ma comunque devi scegliere. Devi dare spazio alle persone che valgono. Non puoi e non devi ascoltare tutti: molti non hanno il diritto di essere ascoltati e tu devi essere consapevole di questo. Perché la libertà di parola non si può negare. Non la voglio negare. Ma esiste anche la libertà di ignorare. Tutti posso dire tutto nei limiti del principio kantiano che appare ogni giorno più chiaro: “ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo” (Sopra il detto comune, 1793).
Dunque, fosse per me, gli opinionisti non esisterebbero? No, nella mia mente già non esistono! Le opinioni acchittate e d’accatto non le leggo oltre il terzo rigo, proprio come molti avranno fatto con questo articolo.

Armando Ilič Misasi