Luca Saponarolo

Luca Saponarolo

Luca Saponarolo

di Armando Ilič Misasi

    Alla fine del Medioevo, viveva a Prato un frate aronese di nome Luca. Fin da giovane, aveva dato prova di una gran voglia di contraddire chiunque incontrasse. Se vedeva un capannello di cinesi che discutevano, si univa al gruppo, aspettava in silenzio e poi partiva a razzo: “Non sono assolutamente d’accordo con nessuno di voi! È vero esattamente il contrario di quello che state dicendo!”. I cinesi lo odiavano per questo, ma lui si sentiva perennemente insoddisfatto nel non riuscire a dimostrare inconfutabilmente quanto loro avessero torto. La sua era un’ossessione che presto diventò un sintomo nevrotico che sarebbe sfociato in un bisogno patologico di rubare saponi, un irrefrenabile e immotivato impulso coatto al furto di oggetti necessari a fare pulizia. Ciò gli valse l’appellativo di Saponarolo.
La gente lo considerava una calamità naturale. Saponarolo iniziò a bere come una spugna. Entrava nelle osterie di Prato e chiedeva ai cinesi: “Che si dice qui?”. Nessuno gli rispondeva, ma lui continuava imperterrito: “In ogni caso, qualunque cosa stiate dicendo, state sbagliando della grossa! Siete un branco di ignoranti! Non vi rendete conto del modo umiliante con il quale vi trattano i papi e il clero di Roma? Siete delle teste di cazzo! Mi fate pena”. Dopo di che, veniva cacciato a bastonate.
Saponarolo non batteva ciglio, cambiava osteria e anche lì la solita solfa. Ormai lo conoscevano e in molte bettole avevano messo dei cartelli con la scritta: “Vietato l’ingresso ai cani, ai cigni alla cantonese e ai frati di Arona”.
Non potendo più entrare da nessuna parte, trascorreva le giornate in cammino a contraddire i passanti. Camminando giunse a Firenze, dove aggrediva chiunque con violenza.
“Scusi lei, che cosa sta pensando?”
“Ma… in questo momento… non so… nulla…”
“Impossibile! Non si può non pensare! Sappia però che, qualunque cosa stia pensando, è vero esattamente il contrario!”
Afferrava i malcapitati per un braccio:
“Lei è un povero suddito dell’arroganza papale!”.
“Mi lasci! E mi ridia il sapone!”
Tutto ciò andava avanti da quasi due anni, al punto che nella zona del mercato di San Lorenzo, dove il Saponarolo era uso nascondersi dietro i banchi per tendere agguati, avevano istituito un servizio di vigilanza per salvaguardare i cittadini. E negli ultimi tempi, in mancanza di passanti, molestava anche i cavalli da tiro che dormivano attaccati ai carretti di verdura.
Una notte lo beccarono di fronte a uno specchio mentre si contraddiceva violentemente e si sputava in faccia.
A ogni modo, bisognava riconoscere che era uno straordinario predicatore naturale. Gli bastava una sedia di paglia: ci saliva sopra e si scagliava contro la corruzione della curia vaticana. Si era rotto i coglioni, diceva, del ripugnante comportamento di Roma ladrona. Ce l’aveva con l’enorme ricchezza dei papi e tutti i loro privilegi. Trovava ignobili le sedie gestatorie, il bacio della pantofola, gli ombrellini parasole e i ventagli umani come ai tempi del faraone Ramsete II e di Dario re dei persiani. Ma, sopra ogni altra cosa, non sopportava quel fetido commercio delle indulgenze che il Vaticano praticava largamente e il giro di saponi che qualche papa aveva messo su.
“Vedrete!” urlava. “I tedeschi, che sono gente seria, un bel momento si stuferanno di questo andazzo e troveranno qualcuno che si metterà a capo di un movimento di protesta che spezzerà la Chiesa in due! Verranno tutti protestati!”
Lentamente, il frate cominciò ad essere preso sul serio. Attraverso il passaparola, nelle piazze di Firenze dove arrivava con la sua sedia si radunava sempre una gran folla.
“Fratelli! Alzate la testa e troviamo insieme il coraggio di dire basta a queste schifezze! Da secoli a Roma c’è un commercio ignobile!”
Per le indulgenze c’erano tariffe precise: per farsi defalcare quattrocento anni di purgatorio bisognava versare millecinquecento fiorini d’oro, o millecento talleri (sempre d’oro massiccio). L’oro veniva portato in sacchetti di cuoio sigillati presso il comando delle guardie svizzere, sotto le mura vaticane. Dato l’obbligo della castità, questi svizzeri erano in gran parte degli osceni pederasti: durante la pesatura dell’oro avevano il diritto di succhiare il collo, le orecchie e baciare in bocca con aliti fetidi come fogne gli emissari delle banche inglesi o tedesche che portavano il denaro.
“Voi capite”, continuava Saponarolo, “che solo i ricchi possono comprarsi grandi fette di Purgatorio. I poveri, dopo morti, o passano lunghi periodi in posti di merda, senza luce, al freddo e con cibi scadenti, o vengono buttati nel Limbo!”
“Ma cos’è questo Limbo? E com’è fatto?” gli chiese una volta un cinese a Prato.
“Sono sincero: non lo so neppure io e non conosco nessuno che ci sia andato a finire, ma pare che sia un’asticella sotto la quale passare. Io mi romperei i coglioni”.
Il papa capì in fretta che quel frate stava diventando estremamente pericoloso.
Una mattina Saponarolo era in piedi sulla sedia di paglia nella Loggia dei Lanzi. C’era una pioggerellina leggera, ma piazza della Signoria era stracolma.
Il pubblico era attentissimo e nessuno si accorse di una decina di figuri con tonache nere lunghe fino ai piedi e cappellacci a falda larga.
Erano gli agenti dell’Inquisizione.
“Basta! Ci siamo rotti i coglio…” stava urlando il frate, ma non riuscì a finire la frase. Lo sollevarono di peso e lo portarono via con la sedia e tutto.
Lo buttarono in un carretto trainato da due muli neri e poi, al galoppo, lo condussero in via degli Archi, alla sede del tribunale.
L’Inquisizione era gestita dai domenicani, molti dei quali erano stati mandati studiare in Spagna alla scuola di Toledo. Le torture usate per far abiurare i disgraziati che capitavano nelle loro grinfie erano tristemente note: fra queste, il Toro, una specie di statua di bronzo, cava, nella quale veniva infilato il povero eretico. Dopo di che si chiudevano le cerniere e sotto il ventre dell’animale si accendeva un fuoco di legna e carbonella.
Quei domenicani erano sadici patentati e le urla e l’odore di bistecca alla fiorentina li eccitavano violentemente.
Famoso era il metodo dello squartamento inventato a Toledo dal grande maestro Torquemada. La notte, con la sola luce delle torce a vento, si conduceva il dissidente, completamente nudo, in un cortile, detto “dei quattro cavalli”. Lì, gli si legavano polsi e caviglie con cinghie di cuoio che venivano agganciate a quattro cavalli, mentre i testicoli erano assicurati con uno spago al basto di un mulo dei Pirenei.
La tortura cominciava con la descrizione di ciò che l’eretico avrebbe patito di lì a poco.
“Vedi? Prima partirà il mulo, dopo dieci minuti frusteremo i cavalli che si lanceranno al galoppo in quattro direzioni diverse…”
Se a questo punto l’eretico non aveva ancora abiurato, ci pensava la Vergine di Norimberga. Era una sorta di sarcofago pieno di lunghi chiodi aguzzi in grado di provocare agonie interminabili: i chiodi, infatti, non perforavano mai parti vitali del corpo.
Saponarolo fu tenuto una settimana chiuso dentro a quello strumento di tortura, ma continuò implacabile a tuonare contro la corruzione di Roma. Dal sarcofago, la voce del frate usciva amplificata e lo spettacolo era a tal punto suggestivo che il capo dell’Inquisizione invitava a cena gli amici: “Sentirete che musica! Roba da mettere i brividi”.
Quando si arrivava al dolce e la predica soffocata del frate aumentava di ritmo e volume, gli ospiti si lanciavano in allegre quadriglie tenendosi per i mignoli.
Il sarcofago, poi, veniva portato via e le danze terminavano.
Una volta, un ospite – commerciante di borse di cuoio al Ponte Vecchio, certo Donato Del Cigno – si guardò in giro con molta prudenza, prese da parte il capo dei domenicani e sussurrò: “Senta, Eccellenza… ho saputo che qui fate anche il Toro e i Quattro cavalli. Sarei molto interessato a quegli spettacoli. E poi… non potrebbe farmi avere… della pelle umana? Mi dicono che qui la buttate ma, vede, pare che sia di una qualità straordinaria e le mie borse di nicchia andrebbero a ruba! Mi aiuti, la prego, sto attraversando un momento delicato”.
Per tre anni, il Saponarolo fu sottoposto ad ogni tipo di tortura, ma non ebbe mai neppure un leggerissimo cedimento. E tutte le notti, dalla sua cella, continuò ad urlare che non dovevano rendersi complici di Roma ladrona.
Un mattino, all’alba, lo legarono alla ruota. Il domenicano si addormentò con la maniglia in mano. Il frate si spezzò in due, i suoi coglioni si ruppero, letteralmente, e la voce prima si fece stridula, per poi zittirsi improvvisamente. Per salvare la faccia, i domenicani lo impiccarono nella sua cella dopo un processo sommario.
Con il carretto dei muli neri portarono il cadavere del Saponarolo nella piazza del mercato di San Lorenzo, dove da vivo amava predicare. C’era già una folla commossa e quando issarono il corpo in cima al rogo applaudirono tutti.
Si fece un gran silenzio.
Il capo dell’Inquisizione domandò al cadavere: “Allora, Luca, sei pentito o no? Luca? Mi senti?”.
Il morto, interrogato, non rispose.
“Dimmi la verità, ho fermato tutto, posso procedere?”
Il boia, con un cappuccio marrone in testa, diede fuoco alla catasta della legna e un lungo applauso accompagnò una fumata nera verso il cielo.
L’aria fu pervasa da un forte odore d’incenso, mentre in lontananza, da Firenze fino a Prato, si udì tuonare: “Mi sono rotto i coglioni!”

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