Extrò Violetta

Extrò Violetta

Anche se conosciuto sin dall’Antichità in tutto il bacino del Mediterraneo, fu solo agli inizi del XIX secolo che il fiore di violetta raggiunse la notorietà universale e cominciò a essere apprezzato maggiormente per il suo profumo.

Il congresso di Vienna del 1815 assegnò alla figlia dell’Imperatore Francesco I, nonché seconda moglie di Napoleone, il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Non appena arrivata a Parma la duchessa si occuperà personalmente della coltivazione della violetta, sia nell’orto botanico da lei voluto, sia nel giardino della residenza estiva di Colorno.
A Maria Luigia d’Austria ed al suo amore per questo fiore si deve l’esistenza del profumo “Violetta di Parma”: fu lei ad incoraggiare e a sostenere le ricerche dei frati del Convento dell’Annunciata che, dopo un lungo e paziente lavoro, riuscirono ad ottenere dalla violetta e dalle sue foglie un’essenza del tutto uguale a quella del fiore. I primi flaconi prodotti dai frati erano unicamente destinati all’uso personale della duchessa.
Fu dagli stessi frati che verso il 1870 Ludovico Borsari ebbe la formula per la preparazione di quel profumo ed ebbe per primo la coraggiosa idea di farne una produzione da offrire ad un pubblico più vasto.
Inizia così la prima grande industria italiana di profumi, nota in tutto il mondo. Abili creatori realizzarono scatole e confezioni preziose e soprattutto bellissimi vetri lavorati, che caratterizzeranno la produzione Borsari 1870 per oltre un secolo.

Violetta di Parma rappresenta, per il mondo della profumeria italiana, un patrimonio storico e culturale. Nelle creazioni moderne, la rappresentazione olfattiva della violetta si ottiene attraverso l’impiego di molecole di sintesi dette iononi (da ion, il nome greco del fiore) scoperte nel 1893 dai chimici tedeschi Tiemann e Krüger, per infondere un profumo delicato, elegante e con un aggraziato tocco retrò. Si usa ugualmente sottoporre la foglia della violetta a distillazione a vapore o a estrazione con solventi vari per ricavarne l’odore che, oltre all’effetto “cipriato” tipico del fiore, aggiunge la verde freschezza di un accenno vegetale. Ma, almeno in passato, si è potuto utilizzare il delicato petalo della violetta in composizioni profumate?

Nel corso del XIX secolo la coltivazione della violetta si diffuse largamente in tutta Europa, soprattutto nella zona di Grasse. In ottobre e in marzo, quando i bouquet di violette si vendevano meno, squadre di lavoratori provenienti dal vicino Piemonte raccoglievano a mano le corolle delle violette, che poi venivano sottoposte a “enfleurage”. Dal 1935, a causa di una malattia che distrusse quasi completamente le coltivazioni di violetta di Parma nella zona intorno a Grasse, dell’impiego sempre più frequente degli iononi, dei costi di produzione divenuti esorbitanti e anche di un mutato gusto del pubblico, l’utilizzo dell’assoluta di violetta nelle composizioni profumate è andato via via diminuendo. Solo in tempi più recenti c’è stata una riscoperta di questa materia prima sia nelle composizioni femminili che in quelle maschili.

Extrò Violetta si inserisce a pieno titolo in questa riscoperta, legata non solo alla storia della profumeria ma anche alla civiltà contadina delle valli occitane del Piemonte. E lo fa smettendo di relegare l’unica base animale Extrò alla profumazione più banale: sacrificare il latte d’asina ad Extrò Mandorla era veramente un peccato. Anche se in Extrò Violetta la mandorla resta come nutriente, aiutando l’azione pro-barba del sapone con il naturale effetto di dilatazione dei pori del suo olio.
Data la consistenza più fluida del prodotto, forse sarebbe stata l’occasione ideale per innovare anche nel formato e distribuire il primo sapone da barba Extrò in tubo.

Armando Ilič Misasi, 2 novembre 2020